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Uno dei predicati verbali che più si addice alla Storia, secondo me, è guardare.
Guardare la Storia, esattamente nel senso in cui si guarda, per esempio, un panorama.
Apriamo la finestra e abbiamo di fronte a noi un panorama. Possiamo guardarlo in un certo modo: ad occhio nudo, con un binocolo, con un cannocchiale, ecc..
A seconda del mezzo con cui guardiamo quel panorama vedremo alcune cose e non altre e le vedremo più o meno bene e più o meno vicine.
Molte cose del panorama sfuggono se non usiamo il mezzo giusto.

Normalmente (tutti noi) guardiamo la Storia ad occhio nudo e generalmente solo gli esperti hanno il mezzo giusto per guardarla in una certa maniera: mezzo e metodo in tal caso sono interscambiabili.
Personalmente non essendo un esperto, pur sforzandomi di trovare il metodo giusto, non posso far altro che guardare quel panorama ad occhio nudo.
Ad occhio e croce a guardare la Storia in tal modo mi sembra che il XX secolo sia largamente caratterizzato nello specifico dalle cosiddette subculture giovanili. Fenomeni emergenti che hanno prodotto situazioni sociali conflittuali contrapponendosi in modo aspro al sistema.
Sì, perché non tutte le subculture sono, potremmo dire, antiistituzionali. Al contrario, anzi, sono parte integrante della cultura di un dato periodo, di un dato sistema, di una data civiltà.

Tutti i gruppi sociali, nel senso sociologico, hanno una subcultura che li contraddistingue.
I camionisti, gli informatici, ma anche impiegati e avvocati, senza considerare gruppi particolarmente elitari tipo i cityman (1), insomma ogni individuo di un gruppo sociale possiede qualche elemento che può in qualche modo rilevarne l’appartenenza.
Le subculture hanno caratteri propri: un certo stile di vita, un gergo, una condotta propria.
Prendiamo i camerieri, per esempio. Possiamo facilmente immaginare quali possono essere gli argomenti più diffusi, a parte il sesso o lo sport, argomenti che seppur con toni e linguaggio un po’ diversi si ritrovano in quasi tutti i gruppi e gli ambienti: criticare clienti, datori, cuochi e via di questo passo. L’elemento che, però, rivelerebbe subito l’appartenenza è il gergo; tutte le subculture ne possiedono uno.

Tempo addietro circolava una barzelletta che, se non ricordo male, era più o meno così:

Su una nave da crociera un cameriere vede cadere in mare un passeggero.
Entra trafelato nella cabina del comandante e urla (la barzelletta va mimata compiendo un gesto caratteristico: alzando il braccio e facendo segno col pollice) : “un uomo in mare! Uno! 

Ora, chi non conosce il gergo che appartiene al gruppo camerieri difficilmente riuscirà a cogliere il lato comico della barzelletta. Un cameriere non stenterà, al contrario, ad afferrarne il senso “al volo”.
Questo esempio per far comprendere in modo molto intuitivo “cosa” definisce un gruppo sociale.
Le subculture a cui mi riferisco in questa breve carrellata sono di tipo diverso. Sono fenomeni peculiari. E in tal senso, credo, siano caratteristiche del XX e anche del XXI secolo.
Non solo sono fenomeni peculiari, ma anche l’evoluzione e l’assimilazione nel sistema istituzionale (dal punto di vista culturale, sociale, morale, ecc.) mi paiono significativi.
Le subculture del XX secolo e oltre, hanno influenzato la moda, lo stile di vita, il linguaggio in generale. E lo hanno fatto in modo molto particolare. Il modo migliore per “disinnescare” da parte del sistema gli elementi di rottura istituzionale.

Citerò alcuni esempi e alcuni aspetti, ma un esame anche poco più esteso richiederebbe diverse pagine.
Una delle caratteristiche delle subculture è quella dell’influenza che ha avuto sulla moda.
L’abbigliamento proprio di un dato gruppo sociale, per esempio, si è largamente diffuso in seguito alla prospettiva dei profitti che l’industria della moda intravvedeva. Gli esempi da citare potrebbero essere molti: teddy boy, hip hop, punk.
Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, per esempio, hanno fatto del punk un prodotto di massa appiattendo ogni elemento di rottura istituzionale. La “filosofia” del vivi veloce e muori giovane che ispirava la subcultura punk, e che spingeva molti giovani ad una vita sbandata e a volte anche brutale, è stata in tal modo del tutto rimossa e dimenticata.

Peculiare del periodo in questione mi pare, insomma, l’assorbire movimenti cosiddetti agit-prop e incanalarli in modelli fruibili dal “consumatore medio”.
Per citare altri esempi: Il rave che a distanza di una trentina di anni dalla sua comparsa è stato assorbito (soprattutto ad opera delle industrie discografiche) nelle maglie di quello stesso sistema che intendeva negare. Ma, d’altronde questo è il destino, mi sembra, di tutti i fenomeni sociali non solo legati alla musica. Per restare in questo campo, se servisse un ennesimo esempio, il blues, il jazz (2) e il rock hanno subito lo stesso destino.

Ma torniamo alla “nostra” finestra e al “nostro” panorama. Guardiamolo.
La Storia è un panorama e, come tutti i panorami che si rispettino, ha luci ed ombre.
Luoghi pittoreschi e suggestivi, ma anche luoghi oscuri e inquietanti.
Ho cercato, qui, di descrivere qualche scorcio, come i miei mezzi me lo permettono.

1) Gli uomini d’affari della City di Londra

2) Credo che il fenomeno degli Hipster, subcultura a sua volta, abbia contribuito in buona misura a commercializzare la musica Jazz.

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